Semenzaio San Sisto

Cenni storici sull’area del Semenzaio di San Sisto

Il giardino, Il  vivaio, l’arancera e  le attività di manutenzione del verde

A partire dal 1810 l'amministrazione francese avviò un progetto che prevedeva l'istituzione di un vivaio per la produzione di piante e la creazione di un servizio che si occupasse dei giardini. A Roma, infatti, mancavano del tutto parchi pubblici e, con l'istituzione di quest’ufficio, il prefetto napoleonico De Tournon mirava ad abbellire le aree verdi della città e a creare un servizio pubblico in grado di gestirle. Vivaio e manutenzioni dei giardini avevano gestione separata e diversa e il vivaio svolgeva anche un servizio di vendita al pubblico.

Nel corso del 1816, fra le prime disposizioni del restaurato governo pontificio, si registra la riduzione del personale del Servizio Giardini addetto agli abbellimenti. Il governo pontificio bloccò qualsiasi programma di nuovi parchi o passeggiate e il Servizio Giardini, dedicato unicamente alla manutenzione del Pincio e del Celio, si sgretolò. Non se ne parlerà più fino all'istituzione del Comune, sotto il pontificato di Pio IX, quando la cura delle passeggiate fu assegnata alla neonata municipalità.

Con l'istituzione del Comune di Roma divenne responsabile del servizio Luigi Vescovali, consigliere comunale, studioso e membro dell'Accademia  Romana di Archeologia, cui si deve il merito della rinascita dei giardini pubblici di Roma. A partire dal 1854 Augusto Houssaille, che come capo giardiniere del Pincio era in pratica il direttore delle passeggiate, assunse la guida della manutenzione in stretta collaborazione con Vescovali. Nel 1864 fu pubblicato il primo regolamento ufficiale del vivaio. Nel 1866, alla morte di Houssaille, la funzione di capo giardiniere venne in pratica ricoperta da Germano Lugli, giardiniere del Pincio fino al 1870, che ebbe un importante ruolo sia nel restauro del Pincio che nella realizzazione del giardino grande di Termini. Dopo il 1870 il nuovo Servizio Giardini era in sostanza già delineato anche se il regolamento che lo istituisce è solo del 1883.

La mancanza di personale qualificato e l'incremento edilizio del primo dopoguerra bloccarono quasi completamente la sua attività fino al 1926, quando, con l'intervento di Raffaele de Vico e di Alberto Galimberti nuovo direttore dell'ufficio, si ebbe un nuovo indirizzo e una nuova gestione del verde pubblico di Roma. Il de Vico restaurò gli edifici esistenti del Semenzaio e sistemò a giardino l'area verde centrale, progettò le serre per la coltivazione floreale e una grande Arancera per il ricovero invernale delle piante più delicate.

L’Arancera di San Sisto ha mantenuto questa denominazione fino ai giorni nostri ed è stata recentemente chiamata Aranciera per uniformarla all’uso corrente della parola.

La chiesa e il convento di San Sisto

La chiesa costruita nel IV secolo, è registrata nei documenti come il “titulus” (1) Crescentianae, che la pone in relazione ad una certa Crescenziana, forse la matrona che ne finanziò la costruzione. La tradizione vuole che la costruzione della Chiesa di San Sisto vecchio sia stata approvata da papa Anastasio I (399-401). La chiesa conserva le reliquie di papa Sisto II, santo cui è dedicata, traslate qui dalle catacombe di San Callisto nel VI secolo.

San Sisto fu ristrutturata una prima volta  all'inizio del XIII secolo per volere di papa Innocenzo III. È conservato un affresco realizzato in quest’occasione e raffigurante scene dal nuovo testamento e dagli apocrifi. Il resto dell'edificio, ad eccezione dell'abside e della torre campanaria a tre ordini di trifore, fu ricostruito nel XVIII secolo per volere di papa Benedetto XIII.

L'interno della chiesa è a navata unica, tutto decorata a stucchi, di complesso aspetto settecentesco, mentre l'abside conserva affreschi della fine del Cinquecento. Resti di un ciclo di affreschi tardo-duecenteschi sono visibili nella stretta intercapedine venutasi a formare tra l'abside del XIII secolo e la più stretta abside quattrocentesca inscritta nella precedente.

 Il convento annesso alla chiesa fu la prima sede dei frati predicatori a Roma e successivamente, per incarico di papa Onorio III, san Domenico vi raccolse una comunità di monache disposte ad accettare una stretta osservanza. Nel 1575 il monastero fu abbandonato per il carattere malsano del luogo, infestato dalla malaria, e le suore si trasferirono ai SS. Domenico e Sisto al Quirinale. Da  questo momento in poi la chiesa di  San Sisto fu denominata con l'attributo Vecchio per distinguerla dalla chiesa dei Santi Domenico e Sisto, a sua volta detta Sisto Nuovo.  Il complesso, caduto in rovina, fu radicalmente restaurato da Filippo Raguzzini nel 1725-27 per volontà del citato  papa Benedetto XIII.

L'ingresso alla chiesa oggi avviene da piazzale Numa Pompilio, mentre un tempo si apriva con un quadriportico sulla via Mamertina, l'attuale via Druso.

Nel 1873 il monastero venne confiscato dallo Stato Italiano e adibito a deposito di materiale e a rimessa di carri funebri. Nel 1893 fu una terziaria domenicana, Suor Maria Antonia Lalia, a ottenere nuovamente i locali della chiesa, ai quali non soltanto riuscì a ridare lustro e decoro ma, grazie alla nuova Congregazione di Suore Domenicane che qui fondò, trasformò in sede di un’importante scuola privata, da circa settanta anni in attività e tuttora particolarmente richiesta. La facciata della chiesa si presenta con un bel portale (nella foto 1), sormontato da un timpano triangolare, agli angoli dei quali sono posti due draghi, simboli araldici di Filippo Raguzzini, restauratore della chiesa nel XVI secolo. Il portale, risalente proprio a questo restauro, sostituì l'antico portale quattrocentesco del cardinale Pietro Ferrici (nella foto 2), reimpiegato come porta laterale della chiesa, in via delle Terme di Caracalla.

Molto interessante è, infine, il chiostro del convento, a pianta quadrata, con lati di sei arcate a tutto sesto rette da pilastri. La stessa divisione si ripete anche nel secondo ordine dove le arcate, tamponate, sono occupate da finestre moderne. Le pareti delle gallerie hanno le lunette decorate con Storie della vita di S.Domenico, realizzate da Andrea Casale nel Settecento. Sotto i portici sono conservate alcune parti decorative dell'antica chiesa paleocristiana, come archi e colonne con tanto di capitelli originali. Il cortile interno è tenuto a giardino e nel centro vi è posto un caratteristico pozzo. L'area dove un tempo era situato l'orto delle suore Domenicane oggi è occupata come si è detto,  dal Semenzaio Comunale, che provvede  tra l’altro al rifornimento di alberi, piante e fiori per le "aree verdi" della città. In quest'area, inoltre, si possono osservare due torrette medioevali, prive di merlatura e con ingresso sopraelevato: si tratta delle fortificazioni costruite sulle due mole (a difesa, quindi, delle attrezzature e delle granaglie conservatevi all'interno), qui poste per utilizzare la forza motrice di un fiumicello, oggi scomparso, che qui transitava, ovvero la Marrana di San Giovanni.

Luigi Corbò

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(1) “Titulus” è un termine derivante dalla lastra di marmo su cui era segnato il nome del proprietario di un immobile. Titulus è anche  una tipologia architettonica cristiana. Solitamente erano edifici a più piani messi a disposizione da ricchi cristiani convertiti. Avevano una funzione di carattere sociale, per esempio spesso ospitavano orfanotrofi o ricoveri per malati.

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